In Sardegna lo sport non è un privilegio, né un semplice passatempo. Per molti rappresenta un modo per affermare la propria presenza e il proprio valore: "io ci sono, io valgo". Lo sport diventa così uno strumento di inclusione, salute e comunità, ma anche una forma di resistenza civile in un’isola colpita dallo spopolamento, dalla povertà e dalla scarsità di opportunità. A raccontarlo è Loredana Barra, presidente regionale di Uisp Sardegna, in un’intervista pubblicata sulla Gazzetta Sarda, dove spiega come lo sport, nell’isola, possa diventare un vero presidio sociale.
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“Quando si parla di sport, spesso si pensa automaticamente alle gare, alla competizione e al risultato. È una visione diffusa, perché lo sport viene ancora associato quasi esclusivamente all’agonismo e all’alta prestazione. Ma in un territorio come la Sardegna, segnato da un'importante dispersione territoriale, spopolamento, povertà, calo delle nascite e poche opportunità - afferma Loredana Barra - lo sport non può ridursi a questo: non può essere solo una questione di performance”. Da questa visione nasce un nuovo modo di intendere lo sport: un modello diverso, che va oltre i confini tradizionali dei campi di gioco e dell’agonismo. È quello che Uisp definisce sportpertutti, uno sport inclusivo, diffuso, capace di entrare nei luoghi della vita quotidiana. “Uno sport che esce dai recinti e invade città, paesi, strade, piazze e sentieri, diventando così spazi da vivere e attraversare, luoghi in cui lo sport si trasforma in incontro e partecipazione. Al tempo stesso si parla di uno sport che svolge un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella tutela della salute: praticarlo aiuta a stare meglio e a ridurre l’impatto dei costi sanitari legati alla sedentarietà - prosegue Barra - è uno sport che si adatta alle persone, alle loro possibilità e che tiene conto anche dei tempi, delle capacità e dei bisogni di ciascuno, secondo il proprio ritmo; uno sport che non esclude chi non vincerà mai una medaglia, chi non potrà mai gareggiare, ma che ha comunque diritto a muoversi, stare insieme, sentirsi parte di qualcosa”.
In Sardegna il senso di comunità è ancora molto radicato e questo innovativo modo di fare sport diventa un mezzo importante per trasformare i diritti in realtà e per favorire loro un riconoscimento, soprattutto per le persone più fragili. Questi diritti riguardano chi è più vulnerabile: chi rischia di essere escluso, bambini e bambine, sempre meno numerosi; i giovani che faticano ad immaginare il proprio futuro; le persone con disabilità; gli anziani che spesso trovano nelle associazioni sportive l’unico luogo di aggregazione rimasto. In questo scenario, Uisp Sardegna non è solo un’associazione sportiva, bensì un vero punto di riferimento sociale per tutta l’isola con i suoi circa 25mila soci e 300 associazioni affiliate. Per Loredana Barra lo sport diventa un autentico collante sociale, capace di dare a tutti un motivo per restare, incontrarsi e condividere esperienze.
“Lo sportpertutti ha il potere di unire le persone più rapidamente e concretamente di quanto possano fare molti discorsi politici - aggiunge Loredana Barra - succede, per esempio, quando paesi quasi vuoti si animano durante le giornate dedicate allo sport o quando una comunità smette di vedere una persona con disabilità come qualcuno da assistere e inizia a considerarla un compagno di squadra”. La disciplina sportiva, infatti, favorisce coesione sociale, crescita personale, sviluppo del territorio e promozione della salute, promuovendo dignità, uguaglianza, cittadinanza ed emancipazione per tutte e tutti. Infatti, tra le riforme dello sport e del terzo settore, si mantiene forte l’impegno politico per riconoscere lo sport come investimento nella prevenzione della salute.
In compenso, secondo la presidente dell'Uisp Sardegna non mancano le difficoltà: nell'isola sarda lo sport sociale, pensato per essere accessibile a tutti, si scontra ancora con criticità importanti, come le disuguaglianze tra territori, la scarsa collaborazione tra istituzioni e realtà locali e altri ostacoli che rendono difficile garantire davvero l’accesso a tutti. La situazione è resa ancora più complessa dal contesto demografico dell’isola: la Sardegna è la regione italiana con la natalità più bassa e maggiormente colpita dallo spopolamento, e il 33% dei minori vive in povertà relativa. Infatti, “in Sardegna nascere in un posto sbagliato significa avere meno opportunità e meno diritti”.
Per questo motivo, l'Uisp punta ad utilizzare lo sport come strumento di promozione sociale, per contrastare l’isolamento e la sedentarietà, garantendo a tutti un accesso equo, inclusivo e sostenibile. La prospettiva dello “sport per tutti” rimane, ma con una consapevolezza nuova: lo sport non è solo competizione, ma anche salute, inclusione e crescita personale. “L’associazione sostiene che lo sport sociale debba essere riconosciuto come spesa sanitaria preventiva e avere voce nelle politiche pubbliche, perché ogni comunità, dal piccolo borgo alla città, merita le stesse opportunità. Dal punto di vista geografico, il lavoro sul territorio si basa sul policentrismo, cioè sul collegamento tra tutti i Comitati della Sardegna e guarda anche al futuro con il turismo sportivo sostenibile, che valorizza l’ambiente naturale, le tradizioni e la cultura dell’isola”, sottolinea Barra. Per i giovani, lo sport è una vera palestra di vita: aiuta a crescere, sviluppare corpo e mente, imparare a stare con gli altri e cooperare. Non è la medaglia a contare, ma il percorso e le esperienze vissute. In un’isola che rischia di svuotarsi, lo sport resta uno dei modi più efficaci per mantenere vivi i rapporti tra le persone e far crescere il senso di comunità. (A cura di Elena Del Grosso-Fonte Gazzetta sarda)